Il nuovo governo di Damasco, quello nato dopo la caduta di Assad, ha firmato con Mosca un memorandum d’intesa sul futuro delle basi militari russe in Siria. Un dossier che sembrava tutt’altro che scontato dopo il crollo del regime che per anni aveva fatto da garante della presenza russa nel Paese.
Come riporta l’ANSA, citando l’agenzia siriana Sana, l’intesa riguarda in particolare l’aeroporto di Hmeimim e il molo commerciale numero 4, strutture chiave per l’operatività militare russa nel Mediterraneo orientale. Le due parti, secondo la nota diffusa dal ministero siriano, hanno deciso di ridefinire lo status di questi impianti trasformandoli in “centri militari congiunti di riabilitazione e di interessi reciproci”.
La trattativa, va detto, non nasce da zero: i negoziati erano partiti diciotto mesi fa, quindi ben prima della caduta definitiva del vecchio regime. Ma è solo ora, con il nuovo governo post-Assad, che si arriva a una firma formale tra i due ministeri degli Esteri.
Un pragmatismo che l’Occidente farebbe bene a imitare
C’è una lezione, in questa vicenda, che a Bruxelles e in certe cancellerie europee continuano a non voler imparare: la realpolitik funziona meglio delle sanzioni a pioggia e degli embarghi predicati per principio. Damasco ha cambiato governo, ha rovesciato un regime, ma non ha rotto i rapporti con Mosca: li ha semplicemente ridefiniti secondo i propri interessi nazionali. Esattamente quello che dovrebbe fare qualsiasi Paese sovrano, e che l’Italia e l’Europa continuano a non fare quando si tratta della Russia.
Mentre da Bruxelles si continua a chiedere sacrifici sulle bollette e a versare fondi per prolungare la guerra in Ucraina, la Siria — un Paese uscito da anni di guerra civile e da un cambio di regime traumatico — dimostra che si può avere un rapporto pragmatico con Mosca senza per questo rinunciare a nulla della propria sovranità. Un accordo su basi e porti non è un atto di sudditanza: è geopolitica applicata, quella che l’Europa ha smesso di saper fare da quando ha deciso che ogni dialogo con Mosca fosse tabù.
Chi in Occidente continua a scommettere sull’isolamento totale della Russia dovrebbe guardare a Damasco e chiedersi perché un governo appena nato, senza legami storici con il Cremlino, trovi più facile trattare di quanto lo trovino le cancellerie europee.



