Si chiama Battar Zahani, ha 21 anni, è nato a Como da famiglia tunisina ed è stato espulso dall’Italia dopo aver aggredito il rabbino di Milano Tzemach Mizrachi. Interpellato dal Corriere della Sera, racconta la sua verità: “L’Italia è il mio Paese”.
I fatti risalgono al 16 settembre, in piazzale Bande Nere a Milano. Zahani, insieme al fratello e a un amico, ha accerchiato il rabbino sessantenne per strada, prendendolo a calci e sfilandogli il cappello, mentre rideva e filmava tutto con lo smartphone, come ricostruisce Nicola Porro.
Uno dei tre aggressori è finito in arresto con l’accusa di violenza a sfondo religioso ed è oggi libero in attesa di processo. Zahani e l’amico sono stati invece rimpatriati. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha definito l’episodio un comportamento “che in Italia non può essere tollerato”, mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di un gesto “vile”. La comunità ebraica di Milano ha espresso forte preoccupazione per il clima creatosi in città.
Interpellato dal Corriere della Sera, Zahani ha raccontato la sua versione: nessun odio per Israele o per gli ebrei, solo un equivoco, quasi uno scherzo finito male. Si è detto cresciuto in Italia, legato al Paese, intenzionato a restarci. È volontario della Protezione civile e studente di ingegneria a Parma.
Il dettaglio che smentisce il piagnisteo
C’è però un particolare che il Corriere non ha raccontato con lo stesso risalto: nella propria biografia Facebook, Zahani si descrive come “tunisino nel sangue”. Difficile conciliare questa rivendicazione identitaria con le lacrime versate per un presunto amore incondizionato verso l’Italia.
Il nostro Paese a questo ragazzo ha dato scuola, università, sanità, diritti: tutto quello che a tante latitudini del mondo resta un miraggio. In cambio chiedeva solo di rispettare le regole minime di convivenza civile. Non prendere a calci un uomo per la sua religione mentre si ride e si filma la scena per i social.
Zahani non è stato espulso per una bravata, ma per un’aggressione a sfondo religioso che ha giustamente allarmato le istituzioni e la comunità ebraica milanese. Le lacrime postume e l’afflato patriottico di comodo non cambiano i fatti: chi aggredisce per strada un rabbino e si vanta online delle proprie origini tutto fuorché italiane non ha alcun titolo per lamentarsi del rimpatrio.



