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Evo Morales, ordine d’arresto: terrorismo e rivolta armata

La Procura boliviana ordina l’arresto dell’ex presidente per i blocchi stradali che hanno paralizzato il Paese: 22 morti e 88 feriti.

Evo Morales, ordine d’arresto: terrorismo e rivolta armata

La Bolivia ordina l’arresto di Evo Morales, accusato di terrorismo e rivolta armata. Un epilogo che arriva dopo mesi di caos nel Paese e che l’ex presidente liquida come persecuzione politica, ma i fatti raccontati dalla Procura boliviana parlano chiaro.

Come riporta l’ANSA, la Procura dipartimentale di Santa Cruz ha emesso il provvedimento nei confronti di Morales, indagato per sei ipotesi di reato tra cui attentato alla sicurezza dello Stato e dei trasporti, associazione a delinquere e istigazione pubblica a delinquere. L’inchiesta nasce da una denuncia del Comitato Pro-Santa Cruz, alla quale si è poi associato il ministero del Governo boliviano.

Al centro delle accuse ci sono i blocchi stradali che hanno paralizzato la Bolivia per 53 giorni, sostenuti da settori contadini, dalla Centrale operaia boliviana e da organizzazioni vicine allo stesso Morales. Un conto che il Paese ha pagato a caro prezzo: almeno 22 morti e 88 feriti, secondo i dati del Difensore civico e delle organizzazioni sociali. Non spiccioli di cronaca politica, ma un bilancio di sangue che qualcuno dovrà pur spiegare.

La difesa di Morales: “Non ci intimidiranno”

Morales non ci sta e ribalta l’accusa: per lui si tratta di una manovra per distogliere l’attenzione dalla crisi economica e sociale che attraversa il Paese. “Non ci intimidiranno”, ha scritto sui social, promettendo di proseguire la sua battaglia politica. La solita narrazione del perseguitato che, guarda caso, arriva puntuale ogni volta che la giustizia bussa alla sua porta.

Perché quello di oggi non è nemmeno il primo ordine di arresto per l’ex presidente. Ne pende già un altro, aperto a Tarija, per presunta tratta aggravata di persone, legato a una relazione con una minorenne durante il suo mandato presidenziale. Un dettaglio che difficilmente rientra nella categoria “persecuzione politica” e che la sinistra sudamericana, come al solito, preferisce non commentare.

Il presidente del Tribunale supremo di giustizia boliviano, Rómer Saucedo, ha chiarito che tutti gli ordini di arresto devono essere eseguiti e che ora la palla passa alla polizia. Vedremo se la Bolivia troverà il coraggio di applicare la legge fino in fondo, senza sconti per chi, da ex capo di Stato, pensa ancora di essere intoccabile.

Un Paese devastato da 53 giorni di blocchi, decine di morti e feriti, e un leader che invece di rispondere alle accuse grida al complotto. È lo schema che conosciamo bene: quando la giustizia si avvicina, la sinistra populista sudamericana urla sempre alla stessa vecchia canzone.