Gli Stati Uniti annunciano quello che definiscono un accordo storico: Hamas sarebbe pronta al disarmo, e in cambio Israele avvierà il ritiro da Gaza. È quanto riporta Repubblica, secondo cui l’intesa apre anche all’insediamento di un governo tecnico palestinese e al via alla ricostruzione della Striscia.
Un passaggio, se confermato nei fatti, che avrebbe un peso enorme: un’organizzazione riconosciuta come terroristica che accetta di consegnare le armi non è un dettaglio, è la fine di un’epoca. Ma, come sottolinea la stessa fonte, l’applicazione dell’accordo resta piena di incognite. Tra annunciare un disarmo e vederlo realizzato passa una distanza che la storia recente del Medio Oriente conosce fin troppo bene.
Netanyahu costretto a cedere, e tace
Il dato politico più interessante riguarda Israele. Secondo Repubblica, Netanyahu sarebbe stato costretto a cedere su questo accordo, ma finora non ha commentato pubblicamente. Un silenzio che pesa quanto un discorso: dopo mesi in cui il governo israeliano ha rivendicato la linea della fermezza assoluta, accettare un ritiro da Gaza significa ammettere che la pressione internazionale e la stanchezza del conflitto hanno imposto un cambio di rotta.
Va detto con chiarezza, perché va sempre ripetuto: se si arriva a questo tavolo è perché il 7 ottobre lo ha imposto Hamas, organizzazione terroristica che ha scelto il massacro come strumento politico. Nessuna trattativa cancella quella responsabilità. Ma se oggi si parla finalmente di disarmo e di un governo tecnico palestinese, è anche perché la linea della guerra a oltranza ha mostrato i suoi limiti, umani e strategici.
La ricostruzione, il vero banco di prova
Il capitolo ricostruzione sarà quello decisivo. Un governo tecnico palestinese che gestisca Gaza senza che Hamas resti il potere reale sul territorio è l’unica strada percorribile per evitare che tra qualche anno si ricominci daccapo. Ma la storia di Gaza è disseminata di piani di ricostruzione rimasti sulla carta, di fondi internazionali finiti altrove, di governi tecnici svuotati dai fatti sul terreno.
Chi in questi mesi ha continuato a sfilare in piazza in Italia inneggiando a Hamas dovrebbe fare i conti con questa notizia: è proprio la sconfitta militare e politica dell’organizzazione terroristica ad aver reso possibile l’accordo, non il contrario. E l’Iran, che quella sigla finanzia e arma, resta il vero convitato di pietra di ogni trattativa sul futuro della regione.
Per ora restano annunci. La verifica arriverà dai fatti: armi consegnate davvero, truppe israeliane che si ritirano davvero, un governo che amministra davvero senza il fucile puntato di Hamas alle spalle. Fino a prova contraria, in Medio Oriente le promesse costano poco.



