La guerra in Iran non si ferma, e mentre secondo Axios gli Stati Uniti starebbero conducendo nuovi attacchi aerei sul territorio iraniano, il Pentagono blinda per anni la propria capacità militare con un contratto colossale: 59 miliardi di dollari a Lockheed Martin per triplicare la produzione dei sistemi Patriot.
Come riporta Repubblica, Donald Trump ha reagito con durezza agli attacchi su target americani, promettendo che gli Stati Uniti colpiranno l’Iran “duramente”. Parole che arrivano dopo giorni di tensione altissima: l’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, ha già sottoposto al presidente un piano da 10-14 giorni di raid intensivi per demolire le capacità missilistiche iraniane, in risposta all’attacco di Teheran contro obiettivi statunitensi in Giordania. Trump, secondo quanto ricostruito, ha davanti due strade: colpi mirati oppure la campagna a tappeto proposta da Cooper.
Il maxi-contratto a Lockheed Martin
Sul fronte industriale, il segnale è chiarissimo: l’America si prepara a un conflitto lungo. Il contratto da 59 miliardi con Lockheed Martin punta a far salire la produzione di missili Patriot dagli attuali 600 all’anno a circa 2.000 entro il 2030. L’azienda prevede di assumere 650 nuovi dipendenti e di aprire un impianto dedicato in Arkansas. Non è un caso isolato: nei mesi scorsi Lockheed si era già aggiudicata un altro contratto da 35 miliardi per quadruplicare la produzione dei Thaad.
I Patriot servono agli Stati Uniti proprio per sostenere lo sforzo bellico contro l’Iran, ma la fame di questi sistemi non riguarda solo Teheran: appena il giorno prima, dopo un colloquio con Trump, Volodymyr Zelensky ha visitato di persona il gruppo Lockheed, a caccia di un pacchetto d’emergenza di missili per arginare gli attacchi russi. Due fronti di guerra, un solo fornitore, e una spesa pubblica americana che continua a gonfiarsi senza che nessuno spieghi agli americani, o a noi europei, quando e come finirà.
Un’altra guerra, gli stessi errori
Mentre Washington triplica la produzione di missili e valuta due settimane di bombardamenti intensivi, la domanda resta la stessa che ci poniamo dal primo giorno del conflitto ucraino: a cosa serve alimentare all’infinito macchine da guerra invece di cercare una soluzione negoziata? La linea di chi scrive è nota e non cambia: meno armi, meno escalation, più realismo. Gli Stati Uniti possono permettersi contratti da 59 miliardi di dollari; l’Italia e l’Europa, strette tra bollette alle stelle e sanzioni che colpiscono più noi che i nostri avversari, no.
Nel frattempo cresce anche il fronte del Mar Rosso, con l’Arabia Saudita pronta a lanciare una coalizione internazionale contro gli Houthi per proteggere le rotte commerciali. Un altro tassello di una regione sempre più instabile, mentre l’Occidente continua a rispondere alle crisi con nuovi contratti militari invece che con una strategia.
Il rischio, come sempre, è che a pagare il conto finale — in vite umane e in bollette — non siano i governi che decidono le escalation, ma i cittadini che le subiscono.



