Un migrante afgano di 18 anni arrivato nel Regno Unito su un barcone rischia l’ergastolo per aver accoltellato un commesso dopo aver percorso circa 200 miglia per raggiungerlo, secondo quanto riporta il Daily Mail.
Il giovane è coinvolto nell’aggressione contro il lavoratore di un negozio. Il caso è ora davanti alla giustizia britannica, con la prospettiva del carcere a vita.
In un secondo caso, sempre riportato dal Daily Mail, un migrante afgano accusato di aver ucciso una operatrice umanitaria britannica e di averne nascosto il corpo dentro una valigia sarebbe stato “gravemente picchiato” mentre si trova detenuto in un carcere in Grecia, secondo quanto ricostruito dal Daily Mail.
I due episodi, avvenuti in Paesi diversi e senza alcun collegamento tra loro, riguardano entrambi cittadini afgani giunti in Europa come migranti e coinvolti in reati di sangue di estrema gravità: un accoltellamento premeditato nel Regno Unito e un omicidio con occultamento del corpo in Grecia.
Il primo caso riguarda un accoltellamento pianificato a centinaia di chilometri di distanza dal luogo di sbarco; il secondo un omicidio con il corpo nascosto in una valigia.
Due vicende che si consumano ai due estremi d’Europa, ma che raccontano la stessa realtà: la macchina dei controlli su chi arriva via mare o via terra non si accorge di nulla finché non arriva il sangue. Chi decide le politiche di accoglienza e i rimpatri ha il dovere di spiegare come un diciottenne appena sbarcato riesca a muoversi per 200 miglia con l’intenzione di accoltellare qualcuno, e come un altro possa arrivare a un omicidio con occultamento di cadavere. Non sono fatalità: sono il prezzo di sistemi di accoglienza e di controllo che continuano a fallire, e a pagarlo sono i cittadini europei, non chi ha permesso che tutto questo accadesse.



