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Milano, 330 fermati: metà stranieri, c’è un bimbo di 11 anni

Meloni: metà dei 330 fermati a Milano è di origine straniera, il più piccolo ha 11 anni. Il gip sospetta una regia.

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Giorgia Meloni rivela il dato più scomodo sulla guerriglia urbana di Milano: su 330 persone fermate e arrestate, la metà è di origine straniera, nata all’estero o in Italia da famiglie straniere. E il più piccolo tra i ragazzi identificati ha appena 11 anni.

La premier lo ha spiegato in un messaggio video affidato ai social, come riporta Secolo d’Italia: «Undici anni, fa male e fa paura, e ci chiama tutti in causa». Nelle piazze, racconta Meloni, insieme alle «frange antagoniste di sempre» c’era «qualcosa di nuovo»: centinaia di giovanissimi, molti minorenni, arrivati in piccoli gruppi dopo essere stati convocati da un video sui social, «venuti in piazza per spaccare, rubare, filmarsi mentre lo fanno».

Il sospetto del gip: una regia dietro gli scontri

Mentre la premier parla di un fenomeno da affrontare «con serietà», dal Tribunale di Milano arriva un elemento che cambia la lettura dei fatti. Il gip Fabrizio Filice, nell’ordinanza con cui ha disposto il carcere per quattro dei cinque maggiorenni arrestati (uno ai domiciliari) dopo la guerriglia di sabato scorso in piazza Duomo, scrive che è «in atto un preciso progetto di destabilizzazione dell’ordine pubblico».

Il magistrato segnala che già il giorno dopo i primi disordini sono partite nuove convocazioni via social, dagli account “Italia in piazza” e “Movimento 17 ottobre”, entrambi sotto indagine, per una mobilitazione definita «permanente» e dal profilo «decisamente violento e insurrezionale». Sono in corso accertamenti per capire se dietro gli eventi ci sia davvero una regia organizzata. Il gip definisce i cortei un «detonatore esponenziale della violenza» e parla di un «rischio altissimo» che la guerriglia si ripeta nel breve termine, come riportato da Secolo d’Italia.

Meloni non lascia margini a letture indulgenti: «Non c’è idea politica, non c’è disagio sociale, e non c’è opposizione al governo che possa giustificare la devastazione di un negozio per portare via la merce». E aggiunge: «Dietro quella vetrina c’è una famiglia che ha investito i sacrifici di una vita». Per la premier non è protesta, è criminalità, e la risposta dello Stato «deve essere ferma».

Il quadro che emerge è duro da ignorare: un’organizzazione digitale che pesca tra minorenni, un ordigno pronto a riesplodere ogni weekend, e una metà dei fermati di origine straniera. Chi continua a liquidare tutto questo come semplice disagio giovanile, davanti a un’inchiesta che parla apertamente di regia e destabilizzazione, sta scegliendo di non vedere quello che i giudici stessi mettono nero su bianco.