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Milano, baby saccheggiatore marocchino: aula privata e pugni ai compagni

L’undicenne dei saccheggi di Milano, arrivato dal Marocco a 8 anni, aveva già un’aula separata a scuola: “Non può stare in classe”

Milano, l'undicenne ruba cinture e Piantedosi: "nessuna regia"

Si chiama Yousef, nome di fantasia per tutelarlo da minorenne, il bambino di 11 anni finito nei video dei saccheggi di Milano con una collana di cinture rubate al collo. E adesso, grazie a un reportage di Repubblica firmato da Brunella Giovara e ripreso da Nicola Porro, si scopre che la sua scuola aveva già dovuto organizzargli un’aula tutta per sé.

Yousef è arrivato dal Marocco a otto anni e vive alla Barona, periferia sud di Milano. Frequenta la seconda media all’istituto comprensivo Ilaria Alpi. Nel quartiere lo conoscono tutti, e non per meriti scolastici: “È uno che picchia”, racconta un coetaneo delle case Aler di via Ovada. “A me mi ha menato un sacco di volte.” Un edicolante di piazza Miani lo conferma: “È un provocatore, ti guarda con quello sguardo di sfida”.

Le testimonianze dei compagni dipingono un quadro netto. “Menava forte, anche alle elementari”, racconta un ex compagno. Fatima, coetanea di origine marocchina, prova a sfumare: “È un bambino cattivo, è vero”, ma anche “simpatico” e “solare”. Poi però ammette: “È un bambino difficile, è selvaggio, ecco. È abbandonato a se stesso, pur avendo una famiglia”.

La scuola: “Non può stare in classe”

Il dato più clamoroso riguarda la gestione scolastica. La dirigente Roberta Bellino e la vicepreside Caterina Soresina Stoppani raccontano a Repubblica gli sforzi fatti per recuperarlo: “È un ragazzo con fragilità importanti, su cui abbiamo investito tutte le nostre forze”. Ma la dirigente spiega anche che “Yousef non può stare in classe, dato il suo carattere”. Per questo, fin dalla prima media, è stato attivato un progetto “one to one”: lezioni individuali, in un’aula separata dai compagni, con insegnanti dedicati solo a lui.

Significativa anche la reazione di altri figli di immigrati che frequentano la stessa zona. Un compagno di origine marocchina tiene a precisare che la sua è “gente perbene”: “I miei sono lavoratori, i suoi no”. E su Yousef: “Gente così ci fa fare brutta figura nel mondo”.

Il nostro giudizio

Un bambino di 11 anni che picchia i compagni da anni, e che la scuola pubblica deve isolare in un’aula privata pagata con soldi di tutti pur di non abbandonarlo: non è una storia di “fragilità”, è la fotografia di un sistema di accoglienza e integrazione che ha fallito su tutta la linea, scaricando il conto su insegnanti, compagni di classe e commercianti.

Non è il Marocco il problema, e lo dicono bene proprio i ragazzini di origine marocchina intervistati, che rivendicano con orgoglio il lavoro onesto delle proprie famiglie e si vergognano di essere accomunati a chi delinque. Il problema è un sistema che ha scelto la scorciatoia pedagogica alla responsabilità, lasciando che un ragazzino “abbandonato a se stesso” diventasse il volto simbolo della guerriglia urbana di Milano.