Una famiglia intera spazzata via da un missile mentre dormiva in casa propria. È il bilancio più straziante di un attacco russo che nella notte tra mercoledì e giovedì ha colpito l’Ucraina con 74 missili e 284 droni, provocando almeno 12 morti secondo il bilancio ucraino, come riporta l’ANSA.
Tra le vittime cinque membri della famiglia Voronov, sette figli, colpiti a Radushne, vicino a Kryvyi Rih, la città natale dello stesso Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino ha scritto che nel bombardamento sono morti padre, madre e tre figli, mentre di altri quattro familiari e di un nipotino di un anno e mezzo non si hanno ancora notizie. Zelensky ha pubblicato la foto della famiglia da viva, chiedendo che “queste persone siano viste da coloro che prendono le decisioni”.
Il presidente ucraino ha ipotizzato che a colpire la casa sia stato un missile balistico fornito dalla Corea del Nord, e ha rilanciato l’accusa che rivolge da tempo agli alleati occidentali: i “ritardi nella fornitura di missili antibalistici” sarebbero la causa diretta di queste morti. Un dato oggettivo conferma la fragilità della difesa aerea ucraina: dei 74 missili lanciati non più di 55 sono stati intercettati, così come 265 droni su 284. I russi, dal canto loro, hanno affermato di avere colpito obiettivi militari, comprese fabbriche che producono componenti dei missili Flamingo e Neptun.
Un missile russo cade in territorio Nato
Durante gli attacchi, due missili hanno violato lo spazio aereo polacco. Il premier Donald Tusk ha spiegato che uno è rientrato rapidamente in Ucraina, mentre dell’altro sono state trovate le tracce a Tarnawa-Kolonia, nella regione di Lublino, dove è rimasto un cratere di 10 metri di diametro in un’area disabitata, senza vittime né danni. Tusk ha detto che si tratterebbe di un missile da crociera russo Kh-101, e la Nato ha fatto decollare due caccia F-16 in risposta. Il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, ha parlato senza esitazioni di “un missile russo” e di “ennesimo atto sconsiderato da parte della Russia”.
È l’ennesima dimostrazione che questa guerra, lasciata marcire per anni a colpi di sanzioni e forniture di armi sempre più sofisticate, non sta portando l’Ucraina più vicina alla pace ma più vicina al baratro, e adesso rischia di trascinarci dentro anche noi. Ogni missile che sfonda un confine Nato è un passo verso l’escalation che tutti dicono di voler evitare e che nessuno, a Bruxelles o a Washington, sembra davvero disposto a fermare con una trattativa seria.
Continuare a versare miliardi e sistemi d’arma in un conflitto senza via d’uscita non ha impedito la strage della famiglia Voronov, non ha impedito il missile caduto in Polonia, e non impedirà la prossima tragedia. L’unica cosa sensata resta quello che a Roma si continua a evitare di dire chiaramente: serve un negoziato, subito, prima che la prossima “carenza nelle difese aeree” costi la vita a qualcun altro, magari fuori dai confini ucraini.



