Youssef Siher, il trentenne italiano di seconda generazione indicato come la mente del “Movimento 17 ottobre”, è stato trasferito dalla Questura di Milano in carcere. Alle accuse già emerse si aggiunge ora, nero su bianco, l’ipotesi di terrorismo, in base alla norma che stabilisce che “chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico è punito con la reclusione da sette a quindici anni”. Lo riporta l’ANSA.
Alle due contestazioni precedenti — istigazione a delinquere aggravata dall’uso del mezzo informatico e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, il nuovo reato introdotto dal decreto sicurezza — si somma quindi l’accusa più grave, quella di terrorismo. La moglie resta indagata a piede libero per gli stessi reati.
Sul profilo investigativo interviene Marco Boschi, docente di Criminologia del terrorismo, che a Tgcom24 apre a uno scenario inatteso: “Non sarebbe impossibile che abbia fatto tutto da solo”. Secondo Boschi, Siher “è una persona che ha conoscenze, anche a livello internazionale”, maturate nel giornalismo e nella ricerca sul Medio Oriente, ma gli sviluppi dipenderanno dalle “acquisizioni investigative da parte della polizia giudiziaria”. Il criminologo osserva anche che l’uso di Telegram per organizzare le proteste non è una novità: piattaforme simili vengono sfruttate da anni “anche su fronti terroristici”.
Il profilo di Siher resta quello già emerso: laurea in Comunicazione e master in Scienze politiche alla Statale di Milano, dove è stato anche componente del Senato accademico e presidente degli studenti universitari musulmani, oltre che research trainee all’Ispi, che però precisa come dal 2024 non collabori più con l’istituto. Giornalista freelance, ha scritto per Il Fatto Quotidiano fino a circa un anno e mezzo fa, e un solo articolo per Il Foglio nel 2022. È un attivista della galassia pro Pal: in una manifestazione del luglio 2025 aveva rivendicato “il diritto di manifestare liberamente contro la complicità nel genocidio a Gaza”, e sui social aveva scritto frasi come “non ci arrendiamo, vinceremo o moriremo”.
Perquisizioni sono state effettuate nell’abitazione della famiglia tra Mazzano e Gavardo, nel Bresciano, e nell’appartamento milanese dove Siher viveva presso un’amica: trovato materiale informatico ritenuto di interesse investigativo. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha definito l’uomo come persona che “vanta contatti con ambienti antagonisti”, aggiungendo che “non saranno possibili zone franche” per chi organizza “aggressioni e rivolte” nascondendosi “dietro un passamontagna o l’anonimato dei social”.
San Vittore, lunedì la convalida
Siher è stato fermato nella tarda serata di venerdì 24 ottobre su disposizione della Procura di Milano e si trova nel carcere di San Vittore; l’udienza di convalida del fermo è fissata per lunedì 26 ottobre. Secondo la Procura, i messaggi del movimento avrebbero creato «intimidazione della popolazione» con l’obiettivo di «ingenerare terrore nella popolazione». Nel computer sequestrato dalla Digos è stato trovato un file intitolato «Rivoluzione, istruzioni per l’uso», ispirato al manuale delle rivolte di piazza del 2011 e, secondo gli inquirenti, pensato per organizzare una disobbedienza civile di massa contro il governo. La moglie, 32 anni, nata a Como, sarebbe stata con lui l’unica amministratrice della chat Telegram e del profilo Instagram. L’inchiesta è coordinata dalla pm Francesca Crupi, mentre la Procura di Genova verifica possibili collegamenti con un’indagine sui finanziamenti ad Hamas, in cui il suo nome al momento non compare. Fino a un’eventuale condanna vale la presunzione di innocenza. (Fonte: Sky TG24)
Resta il fatto più scomodo di tutti: un ricercatore laureato, con un passato di collaborazioni al Fatto Quotidiano e un curriculum da intellettuale engagé, oggi è in carcere con un’accusa di terrorismo. Mentre la sinistra che lo ha ospitato nei suoi palchi e nelle sue firme tace, tocca ancora una volta allo Stato ricordare che la galassia pro Pal non è un circolo di dibattito accademico, ma un bacino dove la radicalizzazione trova terreno fertile.



