C’è un avvocato italiano che ha messo per iscritto, in una pubblicazione scientifica in inglese, come far entrare la Sharia nei tribunali del nostro Paese. Si chiama Omar Vanin, è un legale padovano, e secondo quanto ricostruisce Libero la sua teoria è semplice quanto inquietante: ogni cittadino originario di un Paese dove vige il diritto islamico è, testualmente, «un’occasione potenziale per le autorità italiane di dare spazio all’applicazione della legge islamica».
Il meccanismo che descrive sfrutta il diritto internazionale privato: se cittadini originari di Paesi dove vige la Sharia scelgono di fare riferimento al quadro giuridico del loro Paese d’origine, i tribunali italiani si trovano nella condizione di applicare norme compatibili con la tradizione islamica. Non servirebbero corti sciaraitiche parallele né camuffamenti: basterebbe questo lento adattamento, caso dopo caso.
E non è teoria astratta. Lo studio di Vanin cita sentenze di divorzio già pronunciate in Italia in base alla Moudawana, la legge marocchina: a Ravenna nel 2016, a Padova nel 2017, a Bergamo nel 2019. In tutti e tre i casi entrambe le parti avevano scelto di farvi riferimento, e i giudici italiani hanno applicato quella normativa.
La Camera Arbitrale Islamica Italiana
Parallelamente a questa strategia giuridica, lo studio Vanin promuove un’iniziativa concreta: una piattaforma per risolvere «controversie civili e commerciali» con arbitri descritti come «esperti qualificati sia nel diritto secolare che nelle dottrine sciaraitiche», che garantirebbero un processo «equo, informato e culturalmente sensibile». Il punto cruciale è nelle loro stesse parole: la sentenza arbitrale avrebbe «lo stesso effetto di una sentenza resa dall’Autorità giudiziaria italiana». Tradotto: la controversia si risolverebbe prima secondo la dottrina islamica, e poi il giudice italiano si limiterebbe a omologare quanto già deciso altrove.
A rafforzare questa deriva c’è anche un precedente della Cassazione: il 14 agosto 2020 gli ermellini hanno annullato la decisione di un tribunale che aveva negato il riconoscimento di un divorzio avvenuto in Iran perché non rispettoso della parità tra uomo e donna, definendo quell’approccio troppo superficiale.
Il nostro giudizio
Non è un capriccio accademico: è un progetto scritto e pubblicato per erodere pezzo dopo pezzo la giurisdizione italiana, usando gli strumenti del diritto comunitario come cavallo di Troia. Che un avvocato italiano teorizzi apertamente come aggirare il nostro ordinamento per far spazio alla legge coranica, e che la Cassazione stessa apra varchi in questa direzione, non è una questione di sensibilità culturale: è la messa in discussione del principio per cui in Italia la legge è una sola, uguale per tutti, uomini e donne compresi. Chi crede che bastino arbitrati «culturalmente sensibili» per tenere fuori la Sharia dai tribunali italiani si sbaglia di grosso: la sostituzione, come ammette lo stesso studio, è proprio lo scopo.



