A Padova è nata la Camera Arbitrale Islamica Italiana, con sede in via Armistizio 13, e il suo organo giudicante si chiama, senza giri di parole, “Tribunale Sciaraitico”. Lo riporta Libero, che ha pubblicato i contenuti del regolamento arbitrale diffuso sul sito dell’organismo.
Il testo non lascia dubbi sulla gerarchia delle fonti: “quando il Tribunale Sciaraitico decide secondo diritto, applica i precetti della Sharia comuni alle nazioni islamiche”. Se le parti condividono la cittadinanza di un Paese che include la Sharia nel proprio ordinamento, si applica quella specifica interpretazione. Solo “per le situazioni e le questioni non regolate dalla Sharia, si applica il diritto italiano”: una clausola di riserva, non di principio.
In un’altra sezione del sito, intitolata “La forza di una sentenza secondo Sharia”, si legge che “i nostri arbitri sono vincolati a decidere la controversia secondo i principi immutabili della Sharia, garantendo fedeltà ai valori della vostra fede”.
A sollevare il caso è l’avvocato Francesco Minutillo, membro dell’Assemblea Nazionale di Futuro Nazionale Vannacci, che ha presentato un esposto alla Procura. “Non sto chiedendo di giudicare una religione”, ha spiegato Minutillo, “la questione è rigorosamente giuridica. In Italia può esistere un arbitrato privato, anche ispirato a valori religiosi, purché resti nei limiti dell’ordinamento. Ma quando un organismo si presenta come ‘Giustizia Islamica in Italia’, denomina il proprio organo ‘Tribunale Sciaraitico’, afferma che gli arbitri sono vincolati ai principi immutabili della Sharia e prevede il diritto italiano per ciò che la Sharia non regola, credo sia doveroso accertare una cosa molto semplice: siamo ancora davanti soltanto a un normale arbitrato privato oppure si sta costruendo, nella concreta realtà, un circuito di giustizia parallelo rivolto a una specifica comunità?”.
Come ricostruisce Nicola Porro, l’articolo 30 del regolamento prevede inoltre che, su istanza di parte e previa autorizzazione, la decisione possa essere trasmessa alle associazioni islamiche del territorio della parte soccombente e pubblicata a sue spese: un meccanismo che espone chi perde la causa a una ricaduta pubblica nei rapporti con la propria comunità.
Sulla vicenda è intervenuto anche il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini, che su X ha scritto: “La Sharia anche in Italia? Assolutamente no. In Italia non possono esistere ‘tribunali islamici’ né leggi parallele: esistono, e tutti devono rispettare, solo le leggi italiane. Ho già segnalato al ministro della Giustizia e al ministro degli Interni quanto denunciato dai cittadini di Padova, dove sarò nei prossimi giorni. Stop all’Islam politico!”.
Il nostro giudizio
Non è in discussione la fede di nessuno: è in discussione l’idea che in Italia si possa costruire, con l’etichetta dell’arbitrato privato, un circuito giudiziario che mette la Sharia prima delle nostre leggi. Il diritto italiano come ripiego, buono solo per ciò che la religione non regola, è un’inversione che nessun Paese sovrano dovrebbe tollerare. Bene l’esposto alla Procura, bene la reazione del Viminale: su questo terreno non si arretra di un millimetro, perché la legge in Italia è una sola ed è quella dello Stato italiano.



