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Riconoscimento facciale, l’opposizione grida al Grande Fratello. Ma serve

Il governo rinvia il voto sul decreto per il riconoscimento facciale con IA: Palazzo Chigi assicura il rispetto delle norme Ue.

Riconoscimento facciale, l’opposizione grida al Grande Fratello. Ma serve

Un decreto che serve a fermare terroristi, sequestratori e persone scomparse diventa, nel racconto delle opposizioni, l’anticamera dello Stato di polizia. È la solita liturgia: ogni volta che il governo prova a dare strumenti moderni alle forze dell’ordine, la sinistra grida al controllo di massa.

Il decreto legislativo sul riconoscimento facciale con intelligenza artificiale ha vissuto due giorni di tensione. Dopo la bagarre di martedì in Commissione Politiche europee del Senato, con Pd e M5s che avevano abbandonato l’aula per protesta, ieri è arrivato il rinvio a sorpresa del voto in Commissione Affari europei della Camera, mentre l’esame prosegue nelle commissioni Affari costituzionali e Giustizia. Palazzo Chigi, dopo il rinvio, ha voluto chiarire la posizione del governo con una nota: «Sul riconoscimento facciale negli spazi pubblici accessibili l’Italia continuerà a rispettare la normativa europea, a partire dall’AI Act, come fatto finora, in coerenza con le garanzie costituzionali e dei diritti di libertà, la cui verifica spetta all’Autorità giudiziaria».

Cosa prevede davvero il decreto

Il testo si muove nel perimetro dell’AI Act europeo e disciplina l’uso dell’identificazione biometrica remota, in tempo reale e a posteriori, da parte delle forze di polizia. I dati raccolti restano in un database per sette giorni, poi vengono cancellati automaticamente, salvo che nel frattempo sia stato commesso un reato: in quel caso diventano materiale d’indagine. L’obiettivo dichiarato è prevenire attacchi terroristici e minacce alla vita delle persone, oltre ad aiutare nelle ricerche di persone scomparse o vittime di sequestro. A poter richiedere l’attivazione del sistema sono questori, comandanti provinciali dell’Arma o della Guardia di finanza, responsabili di servizi centrali e il procuratore del Tribunale competente.

Le proteste delle opposizioni

Come ricostruisce Open, il nodo principale sollevato dalle opposizioni riguarda chi autorizza l’uso del sistema: non un gip, ma un procuratore della Repubblica, che secondo la vicepresidente della Commissione Marianna Madia «potrebbe non rivestire un carattere di terzietà». Pd e M5s parlano di «deriva pericolosa» e di un Parlamento ridotto a «mera formalità», Angelo Bonelli di Avs denuncia una «inaccettabile profilazione di massa», mentre Riccardo Magi di +Europa gioca sulla battuta: «Da Fratelli d’Italia a Grande Fratello d’Italia».

Il Garante della Privacy, va detto, ha espresso un giudizio complessivamente coerente rispetto all’AI Act e alla legge delega, pur chiedendo chiarimenti sulla supervisione umana. Anche la Commissione europea, interpellata, ha preferito la prudenza: «Non ho tutti gli elementi, quindi non sto giudicando in anticipo ciò che sta accadendo in Italia».

Il punto politico è semplice: lo strumento serve a proteggere i cittadini da attentati e sequestri, non a schedare chi va allo stadio. Le opposizioni, come sempre, preferiscono l’allarme ideologico alla discussione sulle garanzie concrete. E intanto il governo ha già chiarito che rispetterà le regole europee: la polemica, per ora, resta più politica che giuridica.