Un richiedente asilo sudanese è stato condannato al carcere per aver appiccato un incendio in un hotel di Bradford, nel nord dell’Inghilterra, con 170 persone all’interno. Lo riporta GB News.
L’uomo, Mohammed Abdalla, 28 anni, ha appiccato il rogo il 31 ottobre dello scorso anno dopo essere stato allontanato dal Bradford Hotel di Hall Ings a causa del suo comportamento. Al momento dell’incendio nella struttura si trovavano oltre 160 richiedenti asilo e 10 membri dello staff in turno.
Secondo quanto ricostruito in aula alla Bradford Crown Court, Abdalla era rimasto per ore nella hall con i suoi bagagli, chiedendo ripetutamente di essere riammesso nella sua stanza. Una volta ottenuto il permesso di rientrare, è scattato l’allarme antincendio e il personale si è precipitato al secondo piano.
Durante il processo è stato riferito che quando il personale di sicurezza ha raggiunto il migrante lo ha trovato seduto su una sedia nel pianerottolo, “sorridente” verso di loro. Il rogo è divampato nella zona della televisione e della scrivania della stanza, causando danni per oltre 4mila sterline.
La giudice Ella Anderson, nel pronunciare la sentenza, ha detto ad Abdalla: “Le tue azioni hanno messo a rischio tutte quelle persone.” L’avvocato difensore, Imran Khan, ha portato come attenuante problemi di salute mentale dell’imputato, ricoverato in ospedale dieci giorni prima dell’incendio, sostenendo che l’uomo si sia poi ripreso assumendo farmaci in carcere. Abdalla ha ammesso il reato di incendio doloso con imprudenza.
Il nostro giudizio
Un uomo arrivato nel Regno Unito come richiedente asilo appicca un incendio in una struttura con 170 persone dentro, e viene ritratto mentre sorride alle guardie mentre lo staff rischia la vita per mettere in salvo gli altri ospiti. Non è un raptus improvviso: è la conseguenza di un sistema di accoglienza che continua a ospitare, senza alcun controllo reale, chi ha già mostrato comportamenti pericolosi prima ancora dell’incendio.
Chi decide di tenere aperte queste strutture senza filtro alcuno, e chi continua a finanziare l’accoglienza indiscriminata invece di accelerare rimpatri ed espulsioni per chi si dimostra un pericolo per gli altri ospiti e per il personale, ha una responsabilità politica precisa. Non è un problema di salute mentale: è un problema di chi decide chi può restare e chi no.



