Un tribunale svedese ha condannato a cinque anni di carcere il cittadino siriano Wictor Haji Rashid, in precedenza noto come Azdyn, per aver stuprato ripetutamente la figliastra decenne tra il 2024 e il 2026. Ma ha respinto la richiesta della procura di espellerlo dal Paese al termine della pena.
Secondo quanto ricostruito dal sito svedese Samnytt, la bambina viveva con la madre e il patrigno Rashid. Secondo la sentenza, la ragazzina considerava l’uomo come suo padre e aveva provato più volte a raccontare gli abusi, senza essere creduta. Gli abusi, riporta la sentenza, sono iniziati con contatti fisici e sono poi arrivati a rapporti vaginali, anali e orali, sia in casa sia altrove. Alla fine la bambina ha nascosto il proprio cellulare sotto un cuscino per registrare quanto accadeva: nella registrazione la si sente dire “ahi” più volte e dire chiaramente di non volere, mentre l’abuso continua.
Il tribunale distrettuale di Örebro ha giudicato attendibile il racconto della vittima, sottolineando che si trattava di una bambina e che l’adulto aveva una “responsabilità totale”. Rashid è stato condannato per stupro di minore in più occasioni. La procura aveva chiesto anche l’espulsione dalla Svezia, e l’agenzia per l’immigrazione (Migrationsverket) aveva dichiarato che non esistevano ostacoli a rimandarlo in Siria.
Il collegio giudicante, composto dal giudice togato Tommy Eriksson e dai giudici popolari Ann Speychal (Moderaterna), Bo Stenberg (Socialdemokraterna) ed Elisabet Franzén (Miljöpartiet), ha deciso diversamente. Nella sentenza si legge che Rashid vive in Svezia da oltre dieci anni e ha diversi figli nel Paese, e che il suo legame con la Svezia è “piuttosto forte”: un’espulsione avrebbe colpito “piuttosto duramente” sia lui che i suoi figli. La richiesta di espulsione è stata quindi respinta.
Il giornalista Joakim Lamotte ha intervistato il giudice Eriksson chiedendogli come sia possibile che i figli dell’uomo siano stati usati come argomento per farlo restare, trattandosi di abusi sessuali ripetuti su una bambina della sua stessa famiglia. Eriksson ha risposto: “Ti prego, non sarà mica pedofilo con tutti i suoi figli?”. Alla domanda se intendesse che l’uomo sia pedofilo solo verso una delle figlie, il giudice ha aggiunto: “Se lo sia anche con gli altri, questo non lo sappiamo. E poi c’è la questione se sia pedofilo in quel senso”, distinguendo tra chi abusa di un singolo bambino e quella che lui stesso definisce pedofilia.
Il nostro giudizio
Un uomo condannato per aver stuprato per due anni una bambina di dieci anni resta in Svezia perché ha “altri figli” a cui pensare, e un giudice arriva a chiedersi pubblicamente se sia “pedofilo con tutti”. Non è un caso isolato di burocrazia distratta: è un sistema giudiziario che antepone il legame familiare dell’aggressore al diritto della vittima a essere protetta e a vedere la giustizia fatta fino in fondo. Chi ha materialmente permesso a questo condannato di restare in Svezia ha nome e cognome: un tribunale che ha scelto di credere alla bambina sui fatti e poi di proteggere il suo aguzzino sulle conseguenze.



