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Torino, moschea da 17 milioni pagata (anche) dal re del Marocco

Il Comune di Torino autorizza la maxi moschea da 6mila mq finanziata dal Marocco: FdI chiede di fermare l’iter e controllare i fondi.

Torino, moschea da 17 milioni pagata (anche) dal re del Marocco

Il Comune di Torino, guidato da Stefano Lo Russo (Pd), ha rilasciato il titolo edilizio per la realizzazione della nuova Grande Moschea cittadina: 6mila metri quadrati nell’area dell’ex Fonderia Nebiolo, tra via Bologna e corso Novara. Il via libera definitivo arriva dopo l’approvazione del progetto già ottenuta nel dicembre 2022.

Il complesso, come riporta Secolo d’Italia, prevede una sala di preghiera per circa mille fedeli e un minareto alto 20 metri. L’investimento complessivo è stimato in 17 milioni di euro, finanziati in parte dal re del Marocco Mohammed VI tramite il Ministero del Culto di Rabat: già nel 2025 era emersa una disponibilità di circa 8 milioni di euro da parte della monarchia marocchina. Resta senza risposta la domanda su chi finanzierà i restanti 9 milioni. A gestire il progetto esecutivo è la Confederazione islamica italiana (CII), che punta ad aprire il cantiere entro fine anno. Circa l’80% degli spazi sarà destinato non al culto ma a studentato universitario a prezzi calmierati, biblioteca e attività culturali.

FdI: “Chi ha controllato i soldi del Marocco?”

Durissima la reazione di Augusta Montaruli, vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera:

“Chi ha controllato la provenienza dei finanziamenti e la legittimità delle somme che dal Marocco arriverebbero in Italia per la moschea che Lo Russo vuole per Torino? Senza risposta a questa richiesta di trasparenza, l’iniziativa del Comune è al di fuori di ogni criterio ammissibile, addirittura fuori dai paletti imposti dal patto che il governo di centrosinistra siglò quando ministro era Minniti, mentre manca del tutto un’intesa legata alla confessione islamica, senza la quale, a nostro giudizio, non può esserci alcuna garanzia e alcuna moschea.”

Montaruli accusa il Comune di aver ridotto una questione di culto e di sicurezza a un mero problema urbanistico:

“Autorizzare quel luogo limitandosi a guardare la destinazione d’uso e la concessione del suolo pubblico è irresponsabile. Prima di pensare a costruire una moschea e continuare il processo di islamizzazione delle nostre periferie, un sindaco avrebbe dovuto occuparsi di quei diritti che troppo spesso sono stati calpestati senza che nessuno, nemmeno la CII, abbia battuto ciglio, come la segregazione di donne a pochi metri da dove si vorrebbe costruire la moschea.”

Sul fronte regionale, il vicepresidente del Piemonte Maurizio Marrone ha presentato un emendamento alla legge urbanistica per introdurre distanze minime tra i luoghi di culto, ispirato a una norma già approvata in Lombardia:

“È un’assurdità imporre a Torino Nord un minareto di 20 metri. Significa aprire le porte all’islamizzazione selvaggia della nostra città.”

Qui non si discute la libertà di culto, ma la trasparenza di un affare da 17 milioni di euro dove entrano in gioco un bene pubblico, una concessione pluriennale e il denaro di una monarchia straniera. Lo Russo ha firmato un titolo edilizio senza che nessuno, a quanto risulta, abbia verificato da dove arrivano davvero quei soldi. Una leggerezza che la sinistra chiama integrazione e che altrove, a parti invertite, verrebbe chiamata col suo nome: sudditanza.