Chi finanzia il tribunale islamico di Padova? Nell’atto costitutivo pubblicato online i nomi dei donatori non ci sono: al loro posto, omissis. Lo ha ricostruito Il Giorno, in un’inchiesta ripresa dal Secolo d’Italia.
A giustificare la scelta è l’avvocato Omar Vanin, fondatore della Camera arbitrale islamica: i nomi sarebbero stati oscurati «per proteggere la riservatezza e la vita privata» dei donatori. Lo statuto, infatti, prevede quote, contributi e donazioni, ma non indica chi versa il denaro né quanto.
Sapere da dove arrivano i fondi che sostengono un tribunale che applica, almeno in parte, precetti islamici sarebbe invece il primo gesto di trasparenza dovuto, non un dettaglio opzionale lasciato alla discrezione di chi lo ha fondato.
Lo statuto cambia faccia, ma i nodi restano
Sotto pressione per le polemiche, Vanin ha fatto sapere che il regolamento arbitrale «è stato modificato» per togliere di mezzo le formule che potevano «suscitare ulteriore clamore»: sparito il termine “Tribunale Sciaraitico”, spariti i riferimenti ai canoni processuali della Sharia e le formule liturgiche nei lodi. Secondo Vanin si tratterebbe solo di «etichette differenti, apposte alla stessa essenza».
Resta però l’articolo 3 dello statuto, che affida agli arbitri l’applicazione dei «precetti del diritto islamico comuni alle nazioni islamiche», con le norme italiane relegate alle sole materie non coperte da quei precetti. E resta senza risposta la domanda sull’articolo 30, che in certe condizioni permette di comunicare i lodi alle associazioni islamiche del territorio della parte che ha perso la causa.
Per Vanin non si tratta di un tribunale parallelo ma di un arbitrato comunque soggetto alle leggi dello Stato. Il ministero della Giustizia, guidato da Carlo Nordio, non la pensa così: «La legge italiana non si negozia», ha fatto sapere senza margini di ambiguità, mentre anche il governo Meloni ha espresso contrarietà all’iniziativa.
La lezione inglese
Il precedente da tenere a mente arriva dalla Gran Bretagna, dove gli Sharia councils hanno imposto per anni condizioni economiche pesanti a donne che chiedevano il divorzio religioso dai mariti, e in un caso finito in Parlamento un consiglio islamico ha preteso di affidare i cinque figli maschi al padre, lasciando alla madre la sola figlia femmina. Fu un’inchiesta governativa del 2018 a far emergere questi rischi, e proprio quell’anno Londra scelse di non riconoscere quei consigli per non legittimare una giustizia parallela.
L’Italia farebbe bene a imparare da quell’errore prima, non dopo. Un tribunale che applica precetti religiosi su materie familiari, finanziato da donatori anonimi e capace di girare i propri lodi alle associazioni islamiche del territorio, non è una questione di sensibilità culturale: è un buco nella sovranità delle nostre leggi. La fermezza di Nordio va nella direzione giusta. Ma non basta una dichiarazione: serve che quei nomi, prima o poi, escano davvero allo scoperto.



